La prima volta che mi sono data il permesso
- Posted by Elena Colombo
- abbigliamento, consulenza d’immagine, identità, libertà di scegliere, stile, stile personale, style coaching
Che cosa può insegnarci un vestito sulla libertà di scegliere, sullo stile personale e sulla fiducia in noi stessi?
Ero bambina e mi sentivo richiamata dai vestiti.
Non per capriccio o vanità.
Per me tessuti, colori, forme, lavorazioni, passamanerie e dettagli mi parlavano.
Ancora oggi conosco e ricordo i nomi dei tessuti perché ne intuisco il carattere, il movimento, la vibrazione, il suono, l’espressione dell’umore che contengono.
Il mio gioco preferito avveniva nella camera da letto di mamma e papà: aprivo i loro guardaroba e creavo abbinamenti.
Non distinguevo se un capo fosse femminile o maschile.
Per me il criterio era il dialogo naturale che si instaurava tra i vestiti e tra me e loro.
Più che outfit, io creavo relazioni d’amore.
Lo stile personale nasce prima delle regole
Senza saperlo, mettevo in scena uno dei valori che ancora oggi sono fari per il mio lavoro e per la mia vita: integrare le differenze fino a creare un quadro armonico, senza farmi fermare dai limiti del pensiero, dell’abitudine e dalle idee di giusto e sbagliato.
Senza lasciarmi intimorire da quei famosi “si fa” e “non si fa” che forse anche tu hai imparato a conoscere presto nella vita.
Quel gioco è stato un allenamento alla libertà.
Una libertà intesa come possibilità di scegliere fidandosi del proprio sentire.
Ed è forse proprio qui che, ancora oggi, riconosco il cuore della mia idea di stile personale: non imparare semplicemente quali colori abbinare o quali capi indossare, ma imparare ad ascoltare ciò che ci rappresenta.
Mia madre, il primo luogo in cui il mio sentire ha potuto esistere
Mia madre mi lasciava fare.
Per lei si trattava di un gioco come un altro.
Sicuramente mamma contribuiva a nutrire questa mia passione, perché lei cuciva, lavorava a maglia e ricamava. Era davvero brava, lo è ancora oggi.
Io mi mettevo accanto a lei mentre lavorava.
Non mi interessava imparare la parte tecnica e manuale della sua arte.
Io ascoltavo la spiegazione dei tessuti, dei colori, dell’intreccio alchemico tra trama e ordito, del saggio silenzio della fodera, della geometria dello strass che dava profondità a un ricamo, della danza di una seta, della leggerezza di una mussola, del rigore di un fustagno, del respiro sottile di una sottogonna.
I tessuti hanno comportamenti che riflettono modi di essere e qualità che sono chiamati a incarnare e a esprimere.
I tessuti somigliano tantissimo alle persone.
Quanto era bello scorrere le dita sulla linea dritta della pince e perderle nell’antro di un fondo piega.
Percorrevo le linee esterne e interne di un capo come fossero coordinate geografiche per esplorare quel paesaggio.
Non mi sono ancora stancata di essere un’esploratrice delle atmosfere.
In alcuni capi trovo la ruvidezza delle montagne.
Altri raccontano di tramonti soffusi.
Altri soffiano come il vento del Nord.
Altri racchiudono le increspature del mare.
Scorrevo gli occhi e le mani aperte sui colori.
Varianti e sfumature sono parole di un testo poetico.
Coglierle e nominarle significa poter esprimere l’essenza poetica di un outfit.
Quando il mio modo di scegliere ha incontrato quello di mia madre
Quando iniziai a fare le mie scelte di abbigliamento in autonomia, per me era naturale pensare di non dover chiedere il permesso per vestirmi come desideravo.
Ovviamente le mie scelte non coincidevano con quelle di mia madre.
Per lei l’abbinamento era una questione di coerenza.
Gli elementi dovevano avere lo stesso imprinting tecnico e stilistico.
I colori dovevano abbinarsi seguendo le regole classiche.
Il fit doveva vestire a pennello.
Sovrapposizioni e asimmetrie non erano contemplate.
Per me l’unico criterio era: seguire l’idea e l’ispirazione del momento, per dare forma all’umore della giornata.
Per mia mamma l’abito era la certezza.
Per me era un linguaggio capace di tradurre stati d’animo stranieri a me stessa.
Lei amava i capi strutturati, nitidi, io quelli aerei, fluidi.
A lei piaceva il minimal classico, a me il concettuale architettonico.
Per lei era una questione di ordine e disciplina visiva.
Per me, un carnevale di sinestesie in fermento.
Il giorno in cui mi disse: “Fai quello che vuoi”
Accadeva che lei mi preparasse i vestiti sul letto.
Abbinamenti tecnicamente perfetti.
Leggi logiche del sapere e allineate alle condizioni atmosferiche.
Io accoglievo con ottimismo e apertura la base della sua proposta.
Poi dovevo metterci le mani.
Includere la differenza che mancava.
Mettere sangue dove non lo sentivo ribollire.
Aggiungere flow state.
Avevo bisogno della nota stonata, della pennellata del raptus, del pizzico di sale che risveglia la profondità dell’animo.
Quelli tra mia madre e me erano dialoghi al confine tra un ingegnere e un artista.
Una mattina trovai sul letto la gonnellina millepieghe in tweed che adoravo e un maglioncino.
Il mio disappunto si palesò sulla calzamaglia pesante in tinta.
Io volevo i gambaletti in cotone bianco traforato.
Era gennaio.
Faceva davvero freddo.
Io non mollavo la mia idea.
Non feci scenate o capricci, ma ero chiaramente irremovibile.
Fu mia madre a mollare il colpo.
Mi disse:
“Fai quello che vuoi.”
E uscì dalla stanza, forse con la speranza che io facessi ciò che lei desiderava.
Io indossai i gambaletti in cotone traforato e respirai con fierezza la bellezza della mia scelta.
Quel giorno non ho scelto solo cosa indossare
Quel “Fai quello che vuoi” fu la chiamata alla libertà.
La possibilità di poter riconoscere ciò che sentivo, attribuendogli il valore che aveva per me, fino a trasformarlo in una scelta.
Quel giorno ho imparato a darmi il permesso di fidarmi del mio sentire e di me.
È da lì che, in qualche modo, è cominciato tutto.
Quando l’abbigliamento diventa uno strumento di consapevolezza
Ti racconto questa storia perché, stando accanto alle persone mentre imparano a creare abbinamenti, mi accorgo continuamente che quello che sembra un esercizio sul vestire può diventare molto di più.
A volte una persona arriva pensando di aver bisogno di sapere come abbinare un colore, quale forma scegliere, cosa valorizza il proprio corpo.
E invece, sotto quella domanda, ce n’è spesso un’altra.
“Come faccio a capire cosa piace davvero a me?”
“Posso scegliere qualcosa che non sceglierebbe nessun altro?”
“Posso fidarmi di quello che sento, anche se non coincide con quello che mi è stato insegnato?”
“Posso smettere di chiedere continuamente se va bene?”
È qui che l’abbigliamento diventa uno strumento e un alleato del potere personale.
Perché scegliere un vestito è un gesto molto più grande di quanto sembri.
È un piccolo esercizio quotidiano di ascolto.
Mi guardo.
Mi ascolto.
Mi scopro.
Scelgo.
E mi do il permesso.
Il permesso di costruire il proprio stile
Il permesso di essere diversa da come mi hanno immaginata.
Il permesso di non seguire una regola solo perché è sempre stata lì.
Il permesso di cambiare idea.
Il permesso di mettere insieme cose che, secondo qualcuno, non dovrebbero stare insieme.
Il permesso di dire no a una regola.
Non per ribellione.
Ma per espressione.
Senza doverlo giustificare.
Per me, questo è uno dei significati più profondi della consulenza d’immagine e dello style coaching.
Non si tratta soltanto di trovare il capo giusto, il colore giusto o l’abbinamento perfetto.
Si tratta di creare uno spazio nel quale poter ascoltare il proprio gusto, riconoscere la propria identità e dare forma visibile a ciò che siamo.
Il dono che mia madre mi ha fatto senza saperlo
Forse è questo che mia madre mi ha regalato quella mattina di gennaio, quando è uscita dalla stanza dicendomi semplicemente:
“Fai quello che vuoi.”
Non mi ha insegnato a vestirmi.
Mi ha iniziata, senza saperlo, all’idea che potevo scegliere.
E questo è quello che porto avanti anche con le persone durante le mie consulenze di immagine e di style coaching.
Perché forse, alla fine, trovare il proprio stile significa anche questo:
imparare a darsi il permesso di essere ciò che si sente.
Ciascuno a modo suo.
Tanta LUZ, Elena
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